Gli Europei mi ispirano come manager e come madre

Gli Europei mi ispirano come manager e come madre

Gli Europei mi ispirano come manager e come madre. Parlo ovviamente (e stranamente) di calcio, non degli abitanti del nostro continente. Guardare la Nazionale in questo periodo mi ha strappato infatti un pensiero sui giochi di squadra. Che palestra incredibile!

Strategia, gioco d’insieme, lavoro di team con un obiettivo comune.
Il talento del singolo al servizio del gruppo. La generosità, la lealtà nei confronti dei compagni e del coach. La capacità di farsi notare, di chiedere all’allenatore di entrare, di giocare.
Di essere scelto. Tutte dinamiche che se ci si pensa si ritrovano anche sul lavoro. E se da ragazzo le hai vissute, fatte tue, in ufficio forse avrai una marcia in più anche grazie a questo. Avevo la mia teoria e statistiche personali a riguardo.

La lettura di alcuni articoli e libri, tra i quali cito un approfondimento sullo sport al femminile nella società moderna della Treccani (sufficientemente autorevole direi), e “Play like a man, win like a woman” di Gail Evans, mi hanno confermato che noi donne, come sempre per retaggio culturale e abitudine a scegliere discipline più “femminili”, abbiamo in media meno opportunità di fare queste esperienze.

Inoltre mi hanno fatto riflettere su come tutto parta anche dai giochi dell’infanzia. Da bambine creavamo una cerchia di amiche. Giocando alla casa delle bambole si facevano discussioni su come arredare la casa, da quale stanza partire. Eravamo tutte “uguali”. Non c’è un capitano della casa delle bambole. Nel mondo del lavoro si è catapultati in una realtà a triangolo / piramide (anche se sempre più aziende stanno cambiando impostazione organizzativa a favore di un approccio più orizzontale, o addirittura a piramide rovesciata, come nella nostra). Nella maggior parte delle situazioni è importante il rispetto per la gerarchia.

Ci sono delle regole per ogni gioco e ci si aspetta che ogni “giocatore” le rispetti, facendo la sua parte. Come nel calcio. Ruoli chiari. Insieme per l’obiettivo comune, dicevamo.
Forse avere maggiore consapevolezza di queste dinamiche aiuterebbe molte più persone a fare un passo avanti, almeno nella mentalità. Non puoi giocare bene a rugby se nessuno ti ha mai spiegato come si fa e soprattutto se stai seguendo le regole del Monopoly o di Scarabeo.

Interessante pensare anche a come un ragazzino, più basso della media ad esempio, parte di una squadra di basket (per fare un altro paragone sportivo) possa comportarsi. Sa che può compensare con la sua agilità e scatto. Magari continua a perfezionare la sua personale tecnica per poter convincere il coach a farlo entrare e giocare. Immaginate questo approccio in un colloquio di lavoro, quando magari non sei al 100% in linea con una posizione ma ti vendi al meglio e sponsorizzi i tuoi talenti.

Noi donne siamo quelle che si fanno desiderare, abituate da secoli ad essere scelte. Ad aspettare che siano gli altri a fare la prima mossa. A rispondere su richiesta. Non cresciamo abituate a “venderci” come sanno fare molti uomini.

Non a caso si sa che molti si candidano per un posto di lavoro quando c’è il 60% di match, noi aspettiamo di essere 100% fitting. Ne avevo parlato anche in questo articolo sulla sindrome dell’impostora.

Vi ritrovate in questo?

Ecco forse perché ad alcuni maschi viene più facile proporsi, a chiedere di giocare nelle “partite” più interessanti della vita, in generale. Sono abituati a voler partecipare, a voler vincere.

A farsi avanti. Così come le donne che hanno avuto l’occasione di praticare uno sport di squadra. Aggiungo però che molte di queste competenze si possono assorbire anche sul lavoro, anzi credo sia fondamentale. I buoni leader, come i coach sportivi, possono fare la differenza anche nelle “partite” professionali delle proprie persone.
E tutti possiamo imparare a proporci come il miglior giocatore da schierare in campo. Bisogna allenarsi, appunto.

Dovremmo crescere con questo mindset, a patto che sia uno spirito di competizione sano e che insegni dove deve iniziare e finire l’ambizione personale (mai a discapito degli altri) all’interno di una fotografia più ampia.

Personalmente, per anni cintura nera di danza come sport, ho avuto modo di sviluppare da ragazza la capacità di lavorare in squadra e doti di leadership frequentando un’associazione a fine benefico (il Leo Club). Esperienza straordinaria e molto formativa. Ma mi è mancata l’adrenalina delle partite in team, se escludiamo pallavolo alle medie che non credo faccia “curriculum”.

Ora da mamma farò una bella riflessione su come invogliare ENTRAMBI i miei figli a scegliere discipline sportive dove acquisire queste competenze così utili nella vita. Le donne, ricordiamo, portano comunque al tavolo una serie di altre magnifiche competenze, come l’ascoltare il parere di tutti, appreso così bene nei “loro” giochi, la capacità di mediazione, l’empatia, l’inclusione e attenzione per gli altri. L’importanza della cerchia nel triangolo, insomma. Bello imparare e fare leva sui punti di forza di tutti: servono gruppi misti.

Ecco perchè gli Europei mi ispirano come manager e come madre. Grazie Italia per quello che ci hai regalato in questa estate di rivincita sotto tanti aspetti e per questa rinnovata consapevolezza!
Voi cosa ne pensate della correlazione tra sport e lavoro?

Vi aspetto sul mio profilo Instagram!

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