“Italiana” di Giuseppe Catozzella, storia di briganti

“Italiana” di Giuseppe Catozzella, storia di briganti

“Italiana” di Giuseppe Catozzella. Ho preso questo volume, appena uscito, perché durante una call di lavoro si è finiti a parlare dell’ultimo libro del compagno di una nostra collega. Ci ha detto il titolo, sono andata a sbirciare e ovviamente l’ho comprato. Come sempre io premio sulla fiducia e mi faccio sostenitrice di scrittori, imprenditori, aziende e business affermati e/o in erba, senza che nessuno me lo chieda. La verità è che questo autore è tutt’altro che in erba e da sostenere visto che, ho scoperto poi, ha vinto qualche anno fa il premio Strega giovani. (Con “Non dirmi che hai paura”, storia di un’atleta somala che vede nelle Olimpiadi la sua possibilità di emancipazione e riscatto). Quanto sono umili alcune persone, la collega non aveva raccontato tutto ciò.

Lasciatemi dire che anche questo “ITALIANA” è decisamente da leggere. Prima di tutto per la vicenda personale della protagonista, personaggio femminile davvero esistito a metà del 1.800, Maria “Ciccilla” Oliverio, famosissima brigantessa dell’epoca. Salita ai vertici della leadership malavitosa calabrese, all’indomani dell’Unità di Italia. Poi per ripassare un periodo storico cruciale per il nostro Paese, il Risorgimento, che io personalmente non ho mai approfondito molto bene. Per la prima volta ho avuto davvero ben chiare le dinamiche di potere, povertà e soprusi vissuti dalla gente nel meridione.

Tra latifondisti, semischiavitù, il regno dei Borboni ormai alle strette e la voglia di libertà in arrivo dal nord con Garibaldi. Il libro spiega bene come gli uomini si arruolassero e combattessero animati dalla promessa di maggiore giustizia e diritti. Nello specifico riconoscere gli antichi usi civici delle terre della Sila, ossia possedere collettivamente le terre lavorate, eliminare la tassa sul macinato e dimezzare il prezzo del sale. La speranza era stata poi totalmente disillusa. Era cambiato tutto per rimanere tutto uguale (Gattopardo docet) con l’arrivo dei Savoia.

Giuseppe Garibaldi

Dove le stesse famiglie che comandavano prima, dopo un sapiente cambio di giubba, si erano ritrovate al potere anche dopo. Giovani poveri, senza lavoro, senza cibo, erano stati chiamati a combattere, nel giro di poco tempo, prima a favore, poi contro i Borboni e subito dopo per il neonato Regno di Italia. Alla fine decidevano di disertare e andare a nascondersi sui monti della Sila, saccheggiando, e depredando i ricchi per dare ai poveri. Non a caso Alexandre Dumas pare si sia ispirato alle vicende di questi personaggi per il suo Robin Hood (sul giornale “L’indipendente”, che dirigeva, aveva scritto un racconto in 7 puntate sui briganti calabresi, contribuendo a crearne la fama a livello Europeo. Il suo successivo famoso romanzo era poi stato ambientato in Inghilterra, attingendo ad altri miti locali).

Non che sia da difendere tutto ciò, chiariamoci, ma almeno da comprendere e Catozzella fa innamorare di questi giovani ispirati, pieni di ideali. Impossibile non parteggiare per loro. Maria “Ciccilla” incarna le difficoltà dell’essere femmina all’epoca, per lo più nel Sud Italia, con le aspettative e il destino segnato (a cucire, come la madre, fino a ridursi quasi alla cecità). Ma allo stesso tempo, studentessa brillante, aiutata dalla maestra che vede in lei un potenziale, accede a letture e idee rivoluzionarie.

C’è un po’ de “L’amica geniale” in questo, l’educazione come occasione per sfuggire alla povertà, utopia per una donna all’epoca, purtroppo anche in questo caso mancata (come per Lila). L’unico modo, per lei, di emergere avviene da bandita e brigantessa, con un compagno che se da un lato accetta, con grande apertura mentale, che la sua donna sia una leader rispettata, non le risparmia altre forme di violenza domestica, fisica e psicologica.

Maria Oliverio

In “Italiana” di Giuseppe Catozzella si ritrovano anche le dinamiche scoperte ne “L’Accabadora” di Michela Murgia e ne “L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio. Lì per la prima volta avevo letto dell’usanza di adottare le “fill’ e anima”. Ossia figlie dell’anima, non dell’utero. La sorella maggiore di Maria, Teresa, viene da piccola infatti spedita ad una coppia di cugini ricchi del padrone che non possono avere figli. Spesso in Sardegna e in varie altre regioni del Sud, le famiglie numerose davano in affidamento una o più figlie a chi non aveva potuto averne.

Per mutuo soccorso: si ritrovavano con una bocca in meno da sfamare e offrivano braccia giovani e amorevoli, che si sarebbero prese poi cura della vecchiaia degli adottivi. In cambio di maggiori agi e opportunità. Per varie vicende a Teresa, ormai educata, raffinata e abituata ad una vita nobile, tocca poi tornare dalla sua vera famiglia. La distanza ormai incolmabile tra loro scatena tutta una serie di eventi e gelosie che contribuiscono a costruire il carattere di Maria Ciccilla, rendendola il personaggio leggendario che ha ispirato questo romanzo.

Voi perchè leggete? Io ultimamente per imparare cose nuove. Soprattutto in questi ultimi anni mi è ritornata la sete di sapere. Appena i bambini sono cresciuti abbastanza da potermi ritagliare del tempo la sera, senza addormentarmi dopo due righe. A volte però i libri servono proprio per evadere. Ci sono storie che ti fanno viaggiare, in modo così reale che ti sembra davvero di essere lì. In queste ultime settimane, murata viva in casa in quarantena, mi sono ritrovata a camminare nei boschi. A respirare l’aria di libertà sui monti della Sila, in compagnia dei briganti. A passeggiare tra i sentieri a fianco di una lupa, a vedere Garibaldi in persona e la vita dei poveri braccianti calabresi. La magia che solo i grandi libri, come questo, riescono a compiere.

Ecco il link al libro “Italiana” di Giuseppe Catozzella, per chi ha bisogno di evadere un pò e ha gradito la mia recensione.

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