La curva a U della felicità: e se il meglio dovesse ancora arrivare?

La curva a U della felicità: e se il meglio dovesse ancora arrivare?

La curva a U della felicità: e se il meglio dovesse ancora arrivare?

Qualche tempo fa, sfogliando “7“, il settimanale del venerdì del Corriere, mi sono imbattuta in un articolo che parlava della U-bend of life. Non è una posizione di yoga, né un gioco di parole da manager che dispensa inglesismi a caso (strano!). È una teoria seria (e affascinante), rilanciata da The Economist e citata in una riflessione sul senso della vita che mi ha fatto alzare gli occhi dalla pagina e pensare: allora non sono l’unica, devo condividerlo!

Mi ha colpita perché ho pensato che gli alti e bassi di questi anni – tra soddisfazioni e fatiche lavorative, il crescere i figli e (per alcuni) i genitori che cominciano ad avere più bisogno di noi – sembrano essere davvero un tratto comune. E secondo questa teoria, non è un caso. Anzi: è previsto.

Quando tutto è tanto, troppo

Secondo il World Happiness Report – realizzato ogni anno da Oxford, Gallup e Nazioni Unite – dopo i 45 anni l’indice di felicità riprende a salire, dopo una lunga discesa che inizia nei 30. Si tocca il fondo intorno ai 40: è il periodo delle responsabilità amplificate, delle preoccupazioni crescenti per i figli, dei genitori che cominciano a perdere colpi, delle articolazioni che iniziano a scricchiolare (i famosi “oplà”, “oh issa!” quando ci si alza dal divano) e delle aspettative (anche quelle più brillanti) che iniziano a dover fare i conti con la realtà.

È l’età in cui ti ritrovi a gestire contemporaneamente realtà molto diverse tra loro: una riunione di classe che si accavalla con una call su Teams, mentre tuo padre – che convive con il Parkinson – ti chiede aiuto per una cosa apparentemente semplice, ma che ti riporta a quanto le parti, lentamente, si siano invertite. Tutto si intreccia, tutto ti attraversa. E ogni giornata è una partita a incastri che sembra non finire mai.

Il segreto? L’età

I fattori esterni contano – salute, soldi, educazione – ma l’età, scrivono gli studiosi, sembra tracciare un destino comune. Perché? Perché ci conosciamo meglio. Perché smettiamo di inseguire tutto e iniziamo a scegliere. Perché, magari, facciamo pace con l’idea che non tutto si realizzerà – e che va bene così.

Come scrive 7, forse è proprio nella crisi di questa “mezza età globale” che si apre la possibilità di un’inversione più ampia: una trama di consapevolezze che non riguarda solo noi, ma anche la comunità. Una rinuncia all’iper-performance, una riscoperta della gentilezza, della prossimità, della cura.

Uno sguardo Madonnager

Per noi Madonnager – madri, donne, professioniste – la curva a U di fatto riflette la nostra identità multipla.

E se in questo momento ci sembra tutto faticoso, se sentiamo di dare più che ricevere, se la fatica quotidiana ci scava dentro anche nei giorni buoni… non siamo sole. E soprattutto: non è per sempre.

Forse non serve resistere al cambiamento. Forse dobbiamo solo riconoscerci nella curva, abbracciare il punto più basso, e lasciarci portare. Magari verso un cambio di lavoro, in un nuovo contesto. O una vera e propria nuova dimensione professionale (leggi il mio articolo sul rimettersi in gioco dopo i 40 anni) e/o di vita. Vale ancora anche limitarsi ad acquistare moto e gilet di pelle eh, come da ogni crisi di mezza età che si rispetti (no alle amanti polacche invece, grazie)!

Perché se l’indice di felicità risale dopo i 45, allora sì: il bello potrebbe davvero iniziare ora!!!

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Sono Atena, Madonnager, mamma-donna e manager e dispenso consigli che nessuno ha chiesto per conciliare la multi personalità. Restiamo in contatto sul mio profilo Instagram!

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